Ho deciso per un bagno nel verde, l’Abruzzo è la mia meta.
Mi accoglie Pescasseroli, patria di Benedetto Croce. La località è ridente lungo le sponde del fiume Sangro e un vento fresco corre lungo le strade strette e ombreggiate del borgo vecchio e nei suoi slarghi, il più prestigioso occupato dall’antica abbazia dei santi Pietro e Paolo.
Nella parte nuova una fontana monumentale, nella piazza grande del paese, eroga acqua fredda a tutti coloro che vogliono approvvigionarsene.
Domani mi aspetta la prima visita guidata nel Parco; non so perché, ma ho preferito delegare ad altri il compito che da sempre mi sono prefissa andando in giro, di essere cicerone di me stessa. Spero di non pentirmene e di non essere subissata da ciarle e leggende raccontate come sacrosante verità storiche o scoperte botanico scientifiche.
Paolo è la nostra guida per la Camosciara. Il gruppo è eterogeneo, giovani, meno giovani e bambini. Hanno tutti comunque quel tratto comune che li contraddistingue, sono cittadini veraci di città, poco avvezzi a muoversi a piedi tra sentieri, sassaie, boschi. Sono stati quindi eroici a scegliere questo itinerario senza usufruire del comodo passaggio di un trenino turistico che lentamente affronta i tre chilometri di strada asfaltata che immettono nel cuore del Parco. Noi no, dice Paolo, andremo a piedi e chi non dovesse avere voglia di farlo subirà l’anatema come camminatore o la perdita delle gambe, dico io, visto che non gli serviranno. Ride, ma sento che se potesse abolirebbe il trenino e i tre chilometri di asfalto che falsano tutto il paesaggio o comunque non sono una buona presentazione per naturisti, anche se della domenica.
Paolo richiama la nostra attenzione e dice che non passeremo lungo la strada asfaltata, ma attraverso antichi tratturi di transumanza.
Beh, una decisione che mi fa propendere positivamente per la scelta della visita guidata; se fossi venuta da sola; avrei preso il trenino? No, una camminatrice come me, giammai!
Un trenino umano procede ora con la guida in testa che poi si ferma attende che il gruppo si compatti e ci parla della transumanza. Tutti sanno cos’era? Cos’era, perché il fenomeno è finito da tempo, ma aggiunge Paolo, noi ce lo portiamo dentro; per tremila anni gli abruzzesi sono stati allevatori hanno spostato le greggi dai monti al mare, verso la Puglia e con loro si sono spostate abitudini, usanze, si sono create doppie famiglie, si sono mescolate lingue, si sono create lingue diverse nei dialetti delle donne che restavano e in quelle dei mariti pastori che andavano per antiche vie diventate poi tracciati di base per le reti viarie successive; i tratturi infatti non erano piccoli sentieri di montagna, ma ampi percorsi che dovevano contenere un numero notevole di capi.
Mi colpisce la riflessione che la transumanza abbia potuto lasciare una traccia così duratura, un tratto culturale nell’anima di una popolazione. Mi colpisce perché penso possa essere vero. L’Abruzzo è una terra dai paesaggi verdi, di faggete secolari e negli spiazzi erbosi pascolano ancora capre, pecore, mucche e cavalli che poi puoi ritrovare liberi nei boschi della Difesa. Come il cavallino baio che ci ha seguiti a debita distanza accompagnandoci con i suoi discreti nitriti o come i cani che circolano liberi per le strade cittadine a tutte le ore del giorno. Perché? Il pastore e il cane sono un connubio antico, ciascuno con il proprio ruolo, da rispettare entrambi. Ho visto poi gli stessi cani accarezzati fraternamente dai padroni che credevo non avessero, con gesto affettuoso ricambiato dal muso dell’animale che ne cercava la mano. Il bosco della Difesa, anche questo è un segno della traccia lasciata dalla transumanza che non è stata solo un fenomeno di spostamento di greggi, ma di rapporto tra uomo e ambiente. Perché si chiamasse bosco della Difesa non è chiaro spiega Paolo, ma ogni paese aveva il proprio. Le donne che restavano a casa vi si recavano per fare legna e per staccare dai faggi i rami più bassi per fare foraggio delle foglie agli animali domestici. E la faggeta porta impresso e ricorda la tagliata in capitis con esemplari di faggi dai tronchi enormi, frutto proprio di quei tagli. Oggi nel bosco della Difesa di Pescasseroli si possono ammirare piante dal considerevole numero di anni, anche cinquecento, con i tronchi che sembrano fasci di rami uniti insieme. E’ questo il favolistico paesaggio che impronta di sé il film La volpe e la bambina.
Il faggio è un albero poderoso, forte e ombrifero. Non c’è sottobosco nelle faggete, ma solo un tappeto di foglie cadute e stratificate, un compatto tappeto naturale.
Abbiamo raggiunto la nostra meta, le sorgenti della Ninfa. Gitanti festosi, bambini vocianti, tutti in fila per una foto a tanta meraviglia della natura.
Nel tornare indietro qualcosa mi colpisce: nel parco non c’è un cestino, non ci sono sacchetti pronti ad accogliere la quantità notevole di scarti che riusciamo a produrre in poche ore di permanenza in un luogo, eppure è tutto pulito, non ci sono cartacce per terra, né discariche occasionali ai margini del bosco o lungo la strada asfaltata, c’è davvero un grande rispetto per questo ambiente anche se sottoposto all’assalto di numerosi gitanti domenicali? Oppure sono proprio loro, gli abruzzesi che vigilano su questo loro patrimonio, anch’esso frutto dell’eredità della transumanza?
Antonella è la guida che domani ci accompagnerà nella val Fondillo alla ricerca delle sorgenti lungo il corso omonimo che riaffiorano dalle segrete vie degli anfratti calcarei. Antonella ci racconta le piante, come riconoscerle, del pane dei pastori, quello che trovavano sbucciando e togliendo la parte spinosa ad un cardo maturo, dei bauci, specie di spinacio alpestre che poi ho mangiato di gusto al passo Godi. Antonella racconta farcendo di leggenda e di credenze popolari come anticamente facevano i contadini a veglia. E allora il suo raccontare non è stucchevole, perché sa di antico e di tradizione orale.
Ma Parco non è solo bosco e valli, ma è fatto anche di paesi e paesaggi, di tetti antichi e nuovi che rosseggiano su crinali scoscesi e verdeggianti, quasi arrampicati su speroni protesi su valli dove scorrono acque chiare e incontaminate. Ed è da crederci. Il Parco è antico e nella sua storia, inaugurata da Erminio Sipari nel lontano 1922, ha vissuto solo ampliamenti e un ruolo importante nella conservazione e protezione di alcune specie come il lupo, il camoscio e l’orso marsicano di cui si contano ormai pochi esemplari seguitissimi e curati amorevolmente come l’orsa di Scanno che ha anche un nome prezioso, Gemma, e che ha preferito gli orti paesani al bosco nei quali trova i vegetali di cui nutrirsi insieme alla prole, ben due cuccioli. Sembra una leggenda ma è una storia vera ed è molto gradevole ascoltarla dalla voce di Antonella che non manca di infarcirla di colore locale.
Ma il Parco è anche conche lacustri naturali e non, come il piccolo lago di Scanno o quello ottenuto dallo sbarramento del corso del Sagittario con le sue gole e i suoi salti. Laghi azzurri circondati dal verde delle colline circostanti e più in alto dai monti maestosi del gruppo marsicano come il Tranquillo, il Petroso e La Meta. (Salvina Pizzuoli)
