Intorno alla festa del Sant’Antonio si coagulano simboli, liturgie, rituali che segnano il calendario contadino delle popolazioni abruzzesi e ne costituiscono lo snodo essenziale attraverso cui manifestare le ansie del lungo inverno e propiziare il ritorno della luce e della primavera. La figura di Antonio il Grande, nato a Coma in Egitto intorno al 250 d.C., fondatore del monachesimo orientale, si carica, nel mondo agricolo e pastorale abruzzese, di una serie di patronati legati sia alla cadenza calendariale sia alla sua vita e al suo culto e di tinte burlesche e comiche divenendo anche una maschera del Carnevale tradizionale. Il corpo dell’anacoreta arriva nel Delfinato francese da Costantinopoli, mentre nel paese infuriava una epidemia di ergotismo o herpes zoster, più comunemente conosciuto come “fuoco di Sant’Antonio”; il culto del Santo, invocato contro la malattia, si diffonde ulteriormente ad opera degli Antoniani, ordine religioso costituitosi nel XI secolo. In epoca comunale dai divieti restrittivi contro i maiali che molestavano i centri cittadini solo quelli degli Antoniani furono esclusi poiché da essi si ricavava la carne per i malati e il lardo utilizzato per curare le piaghe di herpes zoster. Ed ecco che il maialino, animale fondamentale nell’alimentazione delle classi contadine, diventa il compagno insostituibile nell’iconografia del Santo, la cui festa cade nel periodo dell’uccisione del maiale. “Lë deciasettë de Jennèrë / mezza pajë e mezzë grènë / mezzë vinë a lu vascellë / lu cuntadinë cë parë bellë”: così recita una filastrocca peranese che ben sottolinea il momento critico in cui cade la festività, quando le provviste alimentari si sono dimezzate e si spera, anche attraverso il patrocino del Santo, bastino fino al prossimo raccolto. Diversi sono in Abruzzo i rituali che accompagnano la festività che assommano in sé valori diversi, da quelli terapeutici e di purificazione nascosti dietro l’usanza di accendere enormi falò a quelli socio-economici celati nei banchetti collettivi e nel canto questuante. Nell’Alta Val di Sangro ad Ateleta, paese di tradizione pastorale, vigeva fino a qualche anno fa l’usanza del “maiale pubblico”, allevato dall’intera collettività, benedetto dal sacerdote, chiamato “Antonio” in onore del Santo. Il 17 Gennaio all’animale veniva tagliato l’orecchio in segno di riconoscimento. L’anno successivo veniva ucciso e le sue carni divise tra i poveri della comunità, secondo una consuetudine di divisione come fattore riaggregante del corpo sociale, che ricorda la tradizione di Scanno, dove la mattina della festa, davanti al palazzo della famiglia Di Rienzo, possessori di greggi, vengono cotte, in un grosso caldaio di rame, sagne con la ricotta; dopo la messa di viglia, vengono distribuite e consumate per devozione. L’aspetto mangereccio, del resto, è alla base dei banchetti collettivi che un tempo contrassegnavano buona parte della geografia cultuale legata al Santo e che oggi sono ancora praticati in due centri della Marsica. A Villavallelonga la notte tra il 16 e il 17 Gennaio un “panardere”, organizza, per grazia ricevuta o per tradizione ereditata, una cena, la cosiddetta “panarda a fuoco”, alla quale partecipano amici e parenti e ripete un menù fisso: brodo di gallina, lesso, maccheroni con sugo di carne di pecora, pecora alla cottora, fave lesse, frittelle, ferratelle e la tradizionale “panetta”. Il pasto è interrotto dalla recita del rosario e dalle cantate dei gruppi questuanti. Compito del panardere è, inoltre, la distribuzione, la mattina seguente di una favata, minestra di fave, condita un tempo con lardo, oggi con olio, cipolla e peperoncino e una panetta. Collelongo conserva una tradzione simile: la sera del 16 Gannaio, in grosse cottore viene bollito il granturco che gonfiandosi assume la forme di un cecio, da qui il nome “cicerocchi”; il mattino seguente la minestra verrà distribuita come cibo rituale per gli animali, come accadeva in passato a Sant’Eusanio del Sangro, dove pannocchie di granturco venivano date in pasto agli animali. A cottura ultimata, i camini dove sono posizionate le caldaie, addobbati con aranci e immagini del santo, sono visitati da gruppi di persone e compagnie questuanti con offerte di pane, salsicce, vino e dolci. Tradizioni analoghe un tempo erano diffuse anche in territorio frentano, ad Orsogna, dove il pasto era organizzato con il ricavato della questua; oggi rimangono le tre cene chiamate “giovedì degli amici”, “giovedì dei parenti”, “giovedì grasso”. Molti rituali hanno un forte valore civico e aggregativo, come le farchie di Fara Filiorum Petri, torce di canne che le 12 contrade del paese preparano nei giorni che precedono la festa, bruciate al tramonto della vigilia. Notte magica per eccellenza, come quella di Natale e quella di San Giovanni, quella di Sant’Antonio, a cavallo tra il 16 e 17 Gennaio, racchiude significati misteriosi e arcani: secondo le tradizioni locali durante di essa gli animali sarebbero in grado di parlare e raccontare al Santo, che passa nelle stalle in visita, i soprusi subiti dal padrone. Antonio il Grande diviene, nella cultura contadina, “Despòtes ton theròn”, Signore degli animali e delle aie, loro protettore avvicinandosi quasi alla loro condizione quando la sua figura diventa maschera comica e a tratti animalesca. La stessa tradizione delle campagne tra Archi e Perano di tracciare una croce sul dorso degli animali, soprattutto mucche e cavalli, rimuovendo una piccola parte del manto peloso, all’alba del 17 Gennaio, indica la volontà di imprimere un “marchio” del Santo sull’animale e quasi di santificarlo in quella speciale ricorrenza. Accompagnata da canti di questua, banchetti rituali, falò, filastrocche e fiabe in ogni paese della Val di Sangro e dell’intero Abruzzo, la festa di Sant’Antonio Abate costituisce l’occasione festiva e aggregativa centrale del mese di Gennaio, perpetuata e rinnovata ancora oggi, nell’epoca dell’abbandono della campagna, se non come festa essenziale e iniziale del ciclo stagionale ma come revival folkloristico, a tratti vuoto, ma che contribuisce, comunque, ad assicurarne la sopravvivenza.
