Argomento che divide l’opinione pubblica
La politica come servizio non richiede la povertà di chi la esercita; richiede l’onestà di chi viene chiamato a esercitarla. Massimo di Fazio, Sindaco di Trioria (IM), comune montano a confine tra Liguria e Francia di circa 400 anime, è balzato agli onori della cronaca per aver rinunciato da ben otto anni alla sua indennità di funzione. In altre parole per il suo ruolo di Sindaco non percepisce stipendio. Circa 160 mila euro risparmiati alla comunità: questo titolano le varie testate nazionali una vicenda che se venisse approfondita a dovere non è poi così tanto luminosa come viene raccontata. Un sindaco che rinuncia all’indennità fa davvero risparmiare la comunità, oppure trasforma l’accesso alla politica in un privilegio riservato a chi può permettersi di lavorare gratuitamente? L’argomento è, infatti, tra i più divisivi nel campo della politica; spesso dibattuto anche a vari livelli, sia circa la politica locale che quella nazionale. Del resto, l’opinione pubblica italiana non è nuova alle divisioni in schieramenti contrapposti. Se poi nel dibattito entrano in gioco il denaro, il compenso e, più in generale, il tema della meritocrazia, allora il risultato è quasi scontato: la polemica è subito accesa. Sono numerosi e ben compatti quei cittadini favorevoli al gesto di rinuncia, all’austerity, al simbolico rifiuto dei privilegi….(come se avere uno stipendio fosse un privilegio), divenuti ancora più numerosi con l’avvento nel campo della politica del Movimento pentastellato. Gli appartenenti a questo gruppo ne fanno un principio di solidarietà: intravedendo nel gesto un modo per aiutare le casse comunali a risollevarsi; ma è ancora più sentito da questa parte : il forte richiamo all’etica del senso del dovere e del sacrificio personale verso la comunità. E poi in fondo a tutto il simbolo dell’antipolitica e dell’anti casta per eccellenza: l’abolizione dei privilegi, il primo per tutti il compenso, apriamo il parlamento come una scatoletta di tonno….un richiamo di recente memoria.
Ma il nocciolo della questione, la linea di demarcazione delle due fazioni, (quella pro e quella contro) sta proprio in questo: nel valore che si attribuisce all’incarico politico e al senso etico che sta alla base della politica stessa. Personalmente ho un concetto alto della politica, che considero una delle occupazioni intellettuali più nobili e appaganti che ognuno di noi possa avere, per questo motivo mi interessa molto il senso etico che le appartiene ed il suo diretto risvolto nella vita attiva di ciascuno di noi. E quella del compenso del politico, a qualsiasi livello è un diretto esempio di quanto etica, politica e senso comune siano fin troppo spesso i vertici di un unico triangolo. E nell’area descritta da i lati della figura stessa ci siamo noi cittadini, noi uomini e donne che annaspiamo tra ideologismi ormai desueti e aspettative quanto mai disattese. Mi viene in mente, quasi in maniera lacerante, l’esempio dell’indimenticabile A. De Gasperi, che da Capo Provvisorio dello Stato, alla Conferenza di Pace di Parigi pronunciò un discorso unico e memorabile: armonizzando le concezioni universalistiche del cattolicesimo, le aspirazioni umanitarie di Mazzini, le speranze internazionali dei lavoratori, e le volontà di una pace stabile e duratura che la cooperazione tra i popoli avrebbe garantito. Dunque, chiediamoci: ma una figura come De Gasperi, pacificatore dell’Italia interna, uomo della pace con le Nazioni fino ad allora nemiche, costruttore del progetto di una Europa Unita, dove le genti che si erano combattute si affacciavano per la prima volta come sorelle, quanto avrebbe dovuto guadagnare? Un uomo che con il cappello in mano ed un cappotto a prestito, diede prova di una levatura morale ed uno spessore politico di un autentico statista e figura garante delle istituzioni, una persona di tale levatura morale e politica, di tale umanità e densità di pensiero, quale compenso avrebbe meritato? Forse tanto, forse poco. Ma, probabilmente, mai abbastanza. Perché il valore di una persona che serve lo Stato non si misura semplicemente con l’entità del suo compenso, ma comprenderne il rapporto spesso delicato tra compenso, responsabilità e servizio. Egli stesso si definì, evangelicamente: servus inutilis: servire senza trasformare il servizio in uno strumento per rivendicare privilegi, potere o vantaggi personali. Non inutile nel senso moderno del termine, ma uomo che non avanza pretese per ciò che ha compiuto, perché considera il proprio dovere semplicemente parte del servizio che gli è stato affidato. E questa è l’umiltà di coloro che vivono il senso della vita come servizio, ricordandoci che il dovere di ognuno di noi è fare quel che ci viene chiesto di fare. Questo è il senso della vita politica spesa come servizio: siamo servi senza pretese, senza rivendicazioni, senza secondi fini. E San Paolo nella prima lettera ai Corinzi, ci viene in aiuto scrivendo: Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; …. mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Rispettando la rinuncia personale di chi vuole con una scelta, che può essere sincera e nobile sul piano personale, non percepire un compenso da politico, rimarco con estrema onestà intellettuale che questo gesto non diventi un richiamo alla moralità della vita politica. Rischia, infatti, di essere un modello morale imposto a tutti, e in particolar modo con esso si cade nell’elitarietà della politica. La politica gratuita diventerebbe una politica per ricchi, per pensionati, o per persone abbienti che hanno già risorse sufficienti a vivere. Amministrare una comunità non è un passatempo, né un lusso che soltanto chi dispone già di sufficienti mezzi economici può permettersi. Significa sottrarre tempo al proprio lavoro, alla professione, alla famiglia e alla vita personale. Un’indennità non acquista il servizio di un amministratore ma ne riconosce il tempo, le responsabilità e l’impegno che quel servizio comporta. La domanda da porre non è se un politico debba essere pagato, ma se meriti ciò per cui è pagato, per competenza, per presenza, per risultati, soprattutto per onestà e trasparenza. E dunque, se la politica è servizio, il compenso non è necessariamente il contrario del servizio. Il contrario del servizio è usare la politica per sé stessi e non per la missione che si ha da compiere. Ecco perché l’esempio di De Gasperi resta per me scolpito nella storia: l’essere un servus inutilis, non perché il suo servizio non avesse valore, ma perché il pubblico servizio richiede umiltà e consapevolezza del proprio dovere. Servire una comunità non significa necessariamente farlo gratuitamente. Significa non confondere il compenso con il privilegio e, soprattutto, non confondere il sacrificio personale con un criterio generale di buona politica. Un sindaco può rinunciare alla propria indennità e compiere una scelta nobile e rispettabile. Ma altrettanto nobile e rispettabile può essere chi riceve un compenso per il proprio lavoro e lo restituisce ogni giorno alla comunità attraverso competenza, presenza, responsabilità e dedizione. La politica non ha bisogno di amministratori poveri per apparire moralmente superiore. Ha bisogno di amministratori onesti, capaci e consapevoli che ogni euro ricevuto dalla collettività deve essere meritato. Perché il vero privilegio non è essere pagati per servire le istituzioni. Il vero privilegio è essere pagati senza servire davvero nessuno, e la rinuncia personale può essere una virtù. Trasformarla in un obbligo morale per tutti può invece diventare un’ingiustizia. Perché il vero privilegio è essere pagati senza servire davvero nessuno. Luigi Libertini
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