
Un artista abruzzese conosciuto a livello europeo che racconta con i suoi scatti storie e persone
Giovanni Iovacchini è un fotografo artista europeo il cui lavoro si colloca all’incrocio tra ricerca artistica e impegno sociale di lungo periodo, sviluppato attraverso collaborazioni con ONLUS attive in Africa. La sua fotografia non nasce per spiegare o documentare in senso didascalico, ma per abitare una relazione: una presenza consapevole, rispettosa, profondamente umana.
Lontano dai codici più convenzionali della fotografia umanitaria, Iovacchini evita ogni forma di spettacolarizzazione del dolore. Il suo sguardo si concentra piuttosto sulla dignità delle persone, sui gesti quotidiani, su quella dimensione silenziosa dell’esistenza che spesso sfugge alla rappresentazione mediatica. Le comunità che fotografa non diventano mai simboli astratti, ma restano soggetti vivi, complessi, irriducibili allo stereotipo. La sua pratica artistica si sviluppa intorno ai temi dell’identità, della responsabilità e dell’etica dello sguardo. Nei suoi progetti, la fotografia è il risultato di tempo, ascolto e relazione. La macchina fotografica non è uno strumento di appropriazione, ma un mezzo di incontro, capace di restituire immagini radicate nel contesto e nell’esperienza vissuta. Il lavoro svolto in Africa insieme alle ONLUS è parte integrante della sua ricerca artistica e ne orienta le scelte formali e concettuali: dall’uso della luce alla costruzione del ritratto, fino alla consapevolezza del ruolo del fotografo all’interno della scena. Per Iovacchini, fotografare significa assumersi una responsabilità, prima ancora che produrre un’immagine. Parallelamente all’impegno sociale, la sua ricerca si è tradotta in progetti espositivi e narrazioni visive che riflettono sul concetto di presenza e di distanza, invitando lo spettatore a rallentare e a interrogare il proprio modo di guardare.
In un contesto visivo saturo e accelerato, la fotografia di Giovanni Iovacchini sceglie la misura, il tempo e l’attenzione. Non chiede empatia immediata, ma consapevolezza. E propone uno spazio in cui lo sguardo possa tornare a essere responsabile.





