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” L’OMBRA DEL VENTO ” di Patrizia Di Donato

di Patrizia Di Donato

 

Ero in spiaggia per dispetto. Mi ero allontanata dalla campagna girando la schiena ai campi biondi di spighe smarrite e non spigolate. La polvere della strada bianca, a seguirmi come una visione e la fila di olivi di un argento logoro. Basta, vado via, avevo urlato sbattendo la borsa sul sedile mentre il cellulare volava sul nero del tappetino, vado al mare.

Non accadeva spesso, il fatto che andassi via così intendo. Dovevo prima oltrepassare almeno due limiti impervi. Quella mattina li avevo già superati e di molto.

Da un po’ di tempo mi sentivo una sedia, un tavolo, uno scaffale, un mobile insomma. Tutti si sentivano ingiustificatamente autorizzati a fare di me e della mia vita ciò che desideravano.

Mio marito, mia madre, i miei tre figli rigorosamente maschi, due gatti e un cane che Andrea aveva salvato dalla discarica, erano le orde barbariche che ogni giorno mi attendevano armati fino ai denti e con gli scudi brillanti che irradiavano le valli.

Tutta questa gente pareva colpita da un ignoto morbo che immobilizzava le loro giunture, le loro schiene e gli organi adibiti alla funzione della deambulazione. Morbo che però vedeva svanire tutti i suoi malefici effetti con l’approssimarsi della serata, per poi guarire completamente di notte e riapparire miracolosamente al mattino.

Morale della favola, nessuno aveva la benchè minima volontà di apportare anche un lieve contributo all’andamento familiare. Avevo provato di tutto. La storia della nave per esempio. Ragazzi, la famiglia è come una nave. Per far si che la essa giunga alla meta, tutti devono collaborare altrimenti non si procede. Ma avevano dubitato del racconto visto che la nave di casa nostra filava a pieno regime con un unico mozzo e per di più quarantenne.

Avevo giocato anche la carta della vergogna, invitando improvvisamente una famiglia, complice, a piombare nella loro camera prima dell’arrivo del mozzo. Per tutta risposta gli allegri umoristi, avevano ordinato quattro cappuccini e qualche dolcetto da servire agli amici che li avevano deliziati della bella improvvisata.

Avevo addirittura finto un malore improvviso ma mi ero ritrovata sola con mia madre che mi parlava per ore di quel fastidioso formicolio alla protesi.

Quindi ora eccomi arrivata al lido Capriccio, pronta a dimenticare la triste fiction familiare e godermi una giornata ribelle e solitaria. Giunta davanti al mio ombrellone però, noto che la mia ombra è occupata.

Controllo se il nome impresso sulla targhetta dell’ombrellone è il mio e quando leggo: Ricordi Laura fisso gli intrusi.

Una Settimana Enigmistica, due creme solari identiche, un paio di occhiali da sole imitazione Prada e un beauty con degli stupidi pesciolini impressi. Presa da una violenza inaudita, afferro gli oggetti e li faccio letteralmente volare dentro l’ombra della cretina, mia dirimpettaia di ombrellone.

La signora, vedendosi arrivare questa tempesta di oggetti mi ha fissato inebetita e ha sibilato: “Mi perdoni signora Laura, vista l’ora, pensavo non venisse più.

Ho finto di non averla udita. Quando una persona ti dice: mi perdoni, ha già vinto. E’ l’eroe nazionale, il calciatore che segna il gol all’ultimo minuto. E’ una che gira la lingua non dieci ma cinquanta volte dentro la bocca.

Resto in silenzio. Ho detto: la mia ombra.

C’è un che di misterioso dentro il cerchio d’ombra di un ombrellone estivo.

Un perimetro immateriale che si trasforma in un bene catastale, un bene acquisito tra le due parti: tu e il proprietario del lido. Un perimetro mobile da difendere con i denti.

Un cerchio di brezza diventa il cuore pulsante di una famigliola, di una single o di una nonna con nipotini. La propaggine di secchielli, costumi bagnati, teli con ancore va controllata e debitamente gestita.

La lunghezza del nostro braccio, tanto è lungo lo spazio invalicabile e poi scatta l’allarme.

Perché il preambolo psicanalitico? Perché prima di affondare gli infradito fra la sabbia bollente, io avevo altre priorità, altri drammi.

L’ombra di un ombrellone ha avuto il potere di ribaltare ordini ancestrali e spodestare tutto dal primo posto in classifica.

Ma il cielo di chi è?” chiese mio figlio. “E se il cielo è di tutti, anche la spiaggia è di tutti?

Guardo la signora.

Quest’anno è arrivata da Parma con una bocca nuova e sembra imbronciata e schifata.

Lo scorso anno aveva un seno nuovo e l’anno precedente fu la volta del naso.

Ma perché le donne non si amano?

L’ombra dell’ombrellone in fondo è la metafora del mio spazio ingurgitato, del reclamato tempo e rispetto riempito da altri.

Ma chi sono?

Io che posto i link contro la violenza agli animali, dei cani sulle autostrade, delle frasi sagge di Ghandi, dell’importanza di essere vegetariani, io, nutrita di libri sulla differenza fra femmina e donna, io maltratto una donna.

Torno a fissarla. Quale maschio vale questa tua maschera di carne? A quale dio ti stai immolando?

Mi tolgo il vestitino. Lo appendo con cura. Estraggo le infradito.

Poi mi avvicino alla donna, a quel suo corpo martoriato e offeso e chiedo: “Posso sedere accanto a lei?”.

Annuisce senza capire e mi fa spazio.

Le è mai capitato di sentirsi una sedia?”.

Lei ride e annuisce di nuovo.

Poi mi porge una delle sue creme solari e dice” Metta la crema, altrimenti invecchia”.

A quel punto ridiamo insieme.

 



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