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LIBRI: Il tempo degli ultimi corsari di Luca Romani, Leo Nodari Edizioni

Luca Romani  festeggia con i suoi amici ogni rientro da un viaggio. Probabilmente si tratta di una tradizione presa in prestito dal passato dei Rioba ma di questo l’autore non parla, almeno non in questo volume!

“E’ la prima volta che pubblico un libro. Questo l’ho iniziato tanto tempo fa. Ci ho rimesso le mani più volte.  Avevo messo da parte un mucchio di appunti… di viaggio, in un mobiletto della sala da pranzo”.  Tutte le case ne hanno una ma quella di Luca Romani fa parte della scenografia del romanzo. I piccoli oggetti, souvenir provenienti da ogni angolo del mondo riposti sulle mensole creano un’atmosfera quasi corporea, la stessa degli ambienti descritti da Alberto Bevilacqua nel romanzo Un cuore magico e, mentre i ciottoli, le statuine e le mascherine varie prendono a discutere di tradizioni in lingue inaccessibili ma altrettanto eloquenti, il resto della combriccola si raccoglie intorno a un tavolo. Le voci si mescolano e no che nulla è più scontatamente umano. Ma esistono davvero gli umani?  Chi diavolo sarà stato il Primo degli umani?

Il fatto è che se ti ritrovi a guardare l’orizzonte sul promontorio di Cap de Creus o se hai la fortuna di capitare su un atollo sconosciuto… il tempo, quello a cui la storia occidentale ci ha abituati si spezza in maniera secca. Crack!. Si sente forte il rumore di quella rottura che rimette in discussione tutto. L’autore che utilizza un linguaggio colto e denso di aggettivi (quasi non avesse voluto farne a meno)  avrebbe parlato di un fragore. Sta di fatto che quel semplice rumore urla nello spazio fino a rompere  un equilibrio di convinzioni sedimentato nei secoli.  La storia insegna che alla fine della fiera i peccati si accettano solo se sono commessi da un Re o da un Dio, da qualcuno insomma che per qualche ragione si trova al di sopra degli altri.  E chi potrebbe mai metterlo in discussione? Dunque Dio per Enki  è morto?  Eppure “Il tempo degli ultimi dei corsari” non ha nulla di apocrifo. Nulla.  Il Tempo di Enki è quello con a T maiuscola cioè è il più autentico, il più giusto ma, per coerenza, non possiamo dire il più umano perché Enki  direbbe che la Natura viene prima di ogni altra cosa e comprende in sè tutto  il resto,  inclusi gli animali bipedi. Il Tempo di Enki è autentico. Lo è quando si mette buono buono al riparo dal mondo nella sua Laguna; lo è quando torna a spingersi in mare alla scoperta del nuovo che non sarà mai solo un luogo meramente geografico; lo è quando ha bisogno di sfidare addirittura l’oceano. Le onde d’acque scure sono necessarie quanto il cobalto dei mari del Sud o quanto l’assenza di una donna, la stessa che riesce comunque a  imporsi con la sua sagoma elegante ma per nulla  trasparente.  A torto o a ragione lei fa parte della storia. L’autore disegna ogni volta un itinerario diverso, uno per ciascun piccolo capitolo e c’è sempre una questione difficile che mette sotto scacco il giovane. Enki si ritrova a dover scegliere se essere leone marino o pinguino ma senza avere la piena consapevolezza di cosa significhi vincere o perdere. Sarà  il lettore che deciderà le sorti del corsaro e darà un giudizio sul ragazzo e chissà se il protagonista sarà stato degno interlocutore di Marinaio, di Kipling o di Conrad.

Niente capita per caso. Né i personaggi, né le gioie e men che mai i dolori.  Ovviamente lui ( l’ autore o il personaggio?)  parla a voce bassa del sorriso di una sposa bambina.  Nel romanzo la donna ha un nome mitologico ma la sua presenza appartiene al quotidiano reale. E anche il lettore la vede sorridere. E’ lei il Buongiorno di ogni partenza e quello di ogni rientro.

“Sì Luca, ma non mi hai detto perché poi hai deciso di pubblicare?”

“Ero in libreria e ho incontrato Giovanni D’Alessandro, lui…uno scrittore vero e gli ho buttato lì che avrei voluto pubblicare il mio diario di bordo”.

“E lui cosa ti ha risposto?”

“Che avrei fatto la cosa giusta e mi ha dato una pacca sulla spalla.  Poi ne ho parlato con Ale, poi con Arianna e poi con Leo”.

“E chi sarebbero?”

“Quelli del resto della ciurma. Senza di loro non sarei andato da nessuna parte ma questa te la racconterò un’altra volta”.

“Magari sotto il Sole di Mezzanotte?”

“Vedremo!”

Catia Napoleone

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